9 Novembre giorno della libertà #bastamuri

Il 9 novembre di trentacinque anni fa cadeva il muro di Berlino e si sanciva l’ascesa del paradigma unico della società globale. Un mondo privo di confini, sempre più interconnesso grazie al web e ad un incessante scambio di relazioni economiche, politiche e di comunicazione. Tuttavia, l’evoluzione post-Guerra Fredda verso un villaggio globale è stata un’illusione durata solo un decennio. La ri-territorializzazione del mondo e le sue delimitazioni sono, purtroppo, tornate a disegnare il planisfero e negli anni i confini sono diventati sempre più marcati, più duri, rafforzati, fortificati e blindati: si sono trasformati in simboli del trinceramento degli Stati dietro a bastioni progettati per affrontare minacce non convenzionali e globali, compresi i flussi umani indesiderati. Un tempo ritenuti antiquati, i muri sono diventati soluzioni gradualmente normalizzate alle tensioni geopolitiche e rimedi all’instabilità.

Nessun continente è stato risparmiato dal rafforzamento e dalla fortificazione dei confini, che ha caratterizzato l’inizio del XXI secolo. Secondo un documento pubblicato dal Parlamento Europeo lo scorso ottobre, a fine 2022 si contavano 2.048 chilometri di barriere ai confini Ue in 12 Stati membri, nel 2014 erano appena 315, nel 1990 zero. In tutto il mondo oggi esistono settantaquattro muri di confine, la maggior parte dei quali è stata eretta negli ultimi due decenni; almeno altri 15 sono in fase di progettazione.

La fortificazione dei confini si è accelerata in ogni angolo del mondo, al ritmo di eventi e crisi nazionali e internazionali, sotto la copertura di pericoli imminenti, reali o presunti, che hanno fornito alle autorità la giustificazione e la legittimazione per la costruzione di costose infrastrutture. La pandemia COVID-19 ha confermato questa tendenza. La rapidità con cui le frontiere sono state chiuse in più occasioni durante l’epidemia è andata di pari passo con l’idea che un confine possa essere sigillato ermeticamente: base del concetto di muro di confine. In alcuni casi la pandemia è stata addirittura la giustificazione principale per erigere nuove recinzioni. È il caso della Cina nella provincia dello Yunnan, lungo lo Stato Shan del Myanmar e del Sudafrica al posto di confine di Beitbridge con lo Zimbabwe, sul fiume Limpopo. Il riflesso dei governi di isolare i propri Paesi e di additare gli stranieri come portatori di contagio è in linea con la storia. La costruzione nel XVIII secolo di un “muro della peste” nel sud della Francia illustra sia la durata di questa ide, a distanza di secoli, sia la vacuità di questa infrastruttura e della convinzione che la sottende, dato che quel progetto non è riuscito a rallentare l’epidemia.

La maggior parte dei muri esistenti oggi ha lo scopo di filtrare, rallentare e vietare l’ingresso di persone e beni selezionati dall’esterno. Il 24% è stato progettato principalmente per prevenire il contrabbando e il 32% per fermare l’immigrazione indesiderata, tra cui i flussi al confine tra Stati Uniti e Messico, tra India e Bangladesh e intorno all’Ungheria. I restanti (23%) sono diretti a prevenire il terrorismo e sono tipici di Israele, dell’Arabia Saudita e della Valle di Ferghana, in Asia centrale, dove si incontrano Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. In questo senso, i muri si evolvono di pari passo con le tendenze globali: sono un modo per gli Stati di combattere quelli che percepiscono come gli aspetti negativi della globalizzazione, come le migrazioni di massa, i traffici illeciti e l’erosione della sovranità statale.

Gran parte di questi muri, in particolare quelli nuovi, sono infatti progettati per prevenire l’immigrazione illegale. Nell’ottobre 2021, dodici Stati membri dell’Unione Europea (Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia) hanno inviato alla Commissione Europea una lettera chiedendo finanziamenti per «barriere fisiche come un’efficace misura di protezione dei confini che servono gli interessi di tutta l’Ue» e dunque «devono essere oggetto di fondi aggiuntivi adeguati dal bilancio Ue con la massima urgenza».  La presidente Ursula von der Leyen replicava «Non ci saranno fondi per fili spinati e muri». I muri, infatti, non si sono dimostrati efficaci in questo senso. Nonostante il bilancio di Frontex (l’agenzia UE che garantisce la sicurezza e il buon funzionamento delle frontiere esterne dell’Unione) sia passato da 6,2 milioni nel 2005 a 845,4 milioni nel 2023 e aumentino le spese dei singoli paesi per la costruzione di muri, gli attraversamenti irregolari rilevati alle frontiere esterne dell’Ue sono aumentati del 18% nei primi dieci mesi del 2023 arrivando a quasi 331.600, il totale più alto dal 2015. Come indicano le ricerche condotte in tutto il mondo, i costi diretti e indiretti della costruzione di muri di confine superano i benefici. Tunnel, droni, scale, rampe, falsificazione di documenti e corruzione: le strategie per aggirare i muri finiscono per moltiplicarsi. Una persona con una forte motivazione a lasciare un luogo, se vede una via bloccata, troverà sempre un’alternativa. Naturalmente, maggiore è l’urgenza di abbandonare il proprio Paese, maggiore sarà la determinazione nel cercare un modo per farlo, anche a costo di affrontare rischi significativi. Nick Buxton, ricercatore presso il Transnational Institute, afferma: “Le persone troveranno sempre un modo per scavalcare un muro”.

Se da un lato i muri rendono più rigida la zona di confine, dall’altro tendono a isolare. La loro costruzione all’interno del territorio dello Stato costruttore e lungo la linea di confine consente la creazione di enclavi in cui le popolazioni sono intrappolate tra il muro e il confine oppure sono intrappolate fuori dai loro terreni agricoli. Questo è stato il caso di alcune persone in Bangladesh, Texas e Cisgiordania. In quest’ultimo caso il muro che separa Israele e Palestina è un sistema di barriere lungo 730 chilometri, costruito da Israele nel 2002 durante la seconda intifada per bloccare gli attentati palestinesi. Il muro è definito da Israele come una “chiusura di sicurezza” che si può attraversare solo presso i checkpoint controllati militarmente; è chiamato il “muro di separazione razziale” dai Palestinesi. La Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha affermato che l’innalzamento della recinzione è “contrario al diritto internazionale“.

I muri hanno anche un impatto significativo sull’ambiente e sugli ecosistemi locali. Alcuni abitanti della Polonia, ad esempio, temono l’impatto della prevista recinzione di confine con la Bielorussia, che taglierà l’antica foresta di Białowieża, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, mentre la preziosa acqua delle sorgenti Quitobaquito dell’Arizona è stata esaurita durante la costruzione del muro. Infine, le barriere di confine disconnettono economie precedentemente interdipendenti, portando all’erosione del tessuto sociale delle comunità di confine. Poiché i controlli aggiuntivi o le deviazioni aumentano drasticamente i tempi di attraversamento del confine, incidono sulla fluidità degli scambi legali portando spesso al declino delle economie locali e alla promozione del mercato nero.

In conclusione, i muri oggi sembrano produrre maggiore instabilità e riflettere una crescente tendenza all’isolamento, con impatti profondi sulle persone, sull’ambiente e sulle economie locali. La storia insegna che quella dei muri non è solo una questione di sicurezza, ma anche di diritti umani, sostenibilità e interconnessione globale e che, nonostante le barriere fisiche, le motivazioni umane sono in grado di trovare vie alternative, evidenziando l’inefficacia di tali misure nel fermare i flussi migratori e nel risolvere le complessità globali.

L’immagine sulla locandina è l’istallazione realizzata nel 2017 dall’artista JR al confine tra Messico e Stati Uniti. L’autore commenta così la sua azione artistica:“Quello che voglio fare è unire le persone. Attraverso l’arte, voglio mostrare che non ci sono confini” 

Prof.sse Francesca Zerman Dipartimento di Lettere e Caterina Righetti Dipartimento di Geografia